| Arte transitiva |
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There are no translations available. Intervista a Roberto Mazzini Articolo per rivista "Catarsi - I teatri della diversità" Urbino anno 2000
ARTE TRANSITIVA articolo
D. Secondo la vostra esperienza e le vostre aspettative, sono possibili opere/operazioni artistiche in stretta dinamica con gruppi sociali nel territorio?
R. Sì, se consideriamo operazione artistica non solo l’esibizione di talenti dei migliori (professionisti) ma partecipazione della più larga comunità all’evento-rito teatrale e al processo con cui ci si arriva. Se arte è “rappresentazione” del reale e non mera riproduzione e se l’uomo, come dice Boal, “è teatro” in quanto uomo, in quanto essere capace di vedersi in azione, allora sì, è possibile. La qualità dell’operazione è però nella nostra esperienza molto variabile, in base alle risorse disponibili (tempi, spazi, soldi, collaborazioni, ecc.). Il grave ostacolo è a volte l’incomprensione del teatro come processo, come linguaggio, come rito e il tentativo di piegarlo a fini propagandistici più che critici, dialogici, rituali. In questo, gruppi fortemente “ideologici” fanno fatica ad accettare di sviluppare un’altra “intelligenza” oltre a quella logico-verbale, faticano a porsi come interroganti maieutici, più che comizianti o professori.
D. L’attività artistica può essere creativamente condivisa e attivamente partecipata anche da persone non “addetti ai lavori”? R. Sì, a patto di riuscire a creare e mantenere il clima teatrale, il linguaggio specifico, l’atmosfera rituale. Come i migliori cantori africani che cantano per esprimere gli umori della popolazione e lo fanno col loro sostegno corale, indispensabile, in un rapporto di scambio e complementarità di ruoli, così cerchiamo di agire nei confronti dei gruppi e delle comunità a cui ci rivolgiamo. Il meccanismo centrale del metodo Boal (Teatro dell’Oppresso) che usiamo è proprio la partecipazione attiva degli “spett-attori” nell’azione teatrale, non a fini di complemento ma in rapporto dialogico con l’attore. Un pilastro fondamentale sta però nel ruolo dell’attore che, in questo caso, svestiti i panni dell’esibizionista, si pone maieuticamente a dialogare con gli spett-attori. Senza questa capacità di ascolto, di empatia, di trarre fuori il meglio dal pubblico, difficilmente l’operazione sarà condivisa creativamente.
D. Possono essere realizzate opere/operazioni d’arte insieme a persone che non hanno una precedente preparazione artistica? R. Sì, sempre che come arte si intenda non la contemplazione del mondo, il rispeccchiamento, l’abbellimento, ma la sua “rappresentazione” (del reale) al fine di trasformarlo, e prima ancora, di conoscerlo coi sensi. Se arte è questo, un non addetto ai lavori che parli teatralmente del suo mondo collettivamente percepito realizza un’opera d’arte. Dove “teatralmente” significa sviluppando il linguaggio teatrale e non un’approssimativa traduzione o una simulazione realistica del mondo; “suo” significa che la competenza delle persone “ingenue “ è valida e più ricca di elementi degli “artisti” purché si limiti al mondo quotidiano di cui ha esperienza (in parole povere il ragazzino delle medie ha una grande pratica della vita quotidiana scolastica, delle relazioni professori alunni, dei “tipi” di alunno, delle figure tipiche che popolano la scena “scuola”). Molto più di quella portata dal “teatrante” che però ha competenza triplice: artistica, processuale e maieutica. “Collettivamente” cioè l’importanza del gruppo per convalidare la conoscenza del singolo, allargarla, approfondirla.
D. Per quanto riguarda l’attività svolta da artisti con altre persone (non professionisti) secondo voi è lecito parlare di operazione artistica o sono prioritarie altre definizioni come animazione, educazione, socializzazione, artigianato, terapia, o altro? R. Dipende dal concetto di arte che si ha. Se l’essenza dell’arte è il prodotto di qualità, che usa elementi di base noti per creare nuovi significati, esperienze e sensazioni; per suscitare emozioni, per creare nuove sensibilità, se arte è la combinazione di segni secondo processi creativi non standardizzati, e non volti al valore di scambio. Se arte è solo questo, allora il lavoro di artisti con non-artisti difficilmente sarà riconosciuto come arte se non in casi eccezionali o in operazioni in cui la bussola è mantenuta dall’artista e i non addetti entrano come appendici. Ma arte può essere anche essenzialmente un processo. Un processo per cui un gruppo, una comunità mette in scena la propria vita, i nodi, i desideri, i vincoli, e in cui l’evento artistico culminante è il rito della comunità che gioca e si riconosce attorno alle proprie sfide. Il teatro di Boal si muove a cavallo dei confini fra arte, terapia, azione sociale, educazione e politica e riesce quindi facile tendere a rinchiuderlo in una delle cinque caselle. In realtà esso si muove liberamente e connette ciò che discipline diverse, interessi di parrocchia, dicotomie chiave della nostra cultura occidentale, dividono: individuo e gruppo, soggetto e oggetto, corpo e mente, individuo e società, personale e politico.
D. Secondo quali modalità tali operazioni possono modificarsi? R. Tutte le nostre risposte provengono dall’esperienza del metodo Boal e sono strettamente legate a questo: forse perdono di senso se si usano metodi diversi. Le modalità con cui si verificano operazioni artistiche con persone non professionisti del teatro, nel nostro caso sono queste: - esistenza di un gruppo motivato a una ricerca nella quotidianità su se stesso e sulla comunità più larga; - sufficienti risorse per un percorso che rispetti i tempi di crescita e maturazione del gruppo e del lavoro; - capacità degli artisti di porsi in modo dialogico col gruppo, rispecchiandolo, ponendogli sfide senza forzarlo nella propria idea (né colludere, né plagiare); a seconda poi del contesto e tipo di gruppo il lavoro può snodarsi con passaggi diversi (creazione del gruppo, ricerca dei nodi, individuazione degli elementi condivisi, approfondimento della domanda, prove di cambiamento, ecc.), in luoghi diversi (aperti o chiusi, ufficiali o informali) con azioni diverse (laboratori, spettacoli di Teatro-Forum, azioni di strada, prove aperte, serate a invito, Teatro-Invisibile, ecc.).
D. Cosa pensate degli interventi artistici nel sociale ed in particolare della attività artistica con le fasce sociali più deboli e nei contesti dell’emarginazione? R. Pensiamo che possono essere un affare, un modo per lavarsi la coscienza, un tipo di assistenzialismo o voyeurismo, un intervento politico, un’azione normalizzante, tutto e il contrario di tutto. Alcune domande che credo sia il caso di porsi prima durante e dopo un intervento nell’emarginazione, sono: - chi paga l’intervento? Cosa vuole veramente? - gli emarginati cosa vogliono? - come conciliamo (e se lo facciamo), le nostre esigenze, quelle degli emarginati e quelle dei committenti? - cosa si aspetta il contesto sociale più ampio dal nostro intervento? - come trattiamo tutto ciò? - lavoriamo per l’autonomia o la dipendenza dei gruppi? Per normalizzarli? Per trasformare il disagio in conflitto? Per mediare i conflitti? - chi ha più potere in questa situazione? Cosa faccio per incrementare il potere delle fasce deboli? A seconda di come rispondiamo, o riusciamo a rispondere, allora possiamo dire qualcosa di più preciso e cominciare a fare distinzioni all’interno del campo, chiarezza sugli approcci diversi e i fini, e quindi possibilità di scelta e di confronto ora carente.
D. Quali strumenti, tecniche e/o esperienze sono necessarie per attivare un lavoro artistico nel sociale? R. Crediamo serva anzitutto una sensibilità socio-politica, e una formazione teatrale o artistica generica. Gli strumenti e le tecniche credo possano essere molte, a seconda dei gusti, ma credo sia importante avere più sentieri da proporre per non escludere certe fasce o gruppi in difficoltà o in rifiuto verso una certa espressione artistica. Più che di tecniche parlerei di atteggiamenti di fondo e di competenze, di esperienze e di valori. Per es. mi pare importante la convinzione della ricchezza creativa di ogni persona, delle potenzialità nascoste anche nell’individuo più improbabile, la fiducia che si possano abbattere i muri o perlomeno attraversarli. Così come è importante l’abilità a trattare le emozioni individuali e di gruppo oppure a collaborare strettamente con chi è capace di farlo.
D. Quali sono i rischi e le possibilità, anche in prospettiva per le nuove generazioni, del lavoro artistico sia nei luoghi deputati per l’arte sia in altri possibili ambiti del sociale? R. Il rischio più grosso che vedo è che le esperienze artistiche nel sociale restino frammentarie, superficiali, episodiche.
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