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Tuesday, 03 August 2010 09:40
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TEATRO DELL’OPPRESSO IN PSICHIATRIA

 

Ovvero percorsi di teatro di cittadinanza

di Massimiliano Filoni

 

Come si dice in questi casi : non sarò affatto breve! Anzi. Lungamente mi sdilinguerò.

Indicando con il verbo sdilinguare l’inevitabile attorcigliamento della lingua. Intesa sia come ghiandola, come organo del corpo umano, sia, intesa, come sistema codificato di segni adatto alla comunicazione.

Si, attorcigliamento, confuso ammasso di nodi. Chi fa il mio lavoro, chi fa teatro, infatti è portato ad usare un oscuro linguaggio costituito da termini che vengono spogliati del loro proprio e letterale significato e riempiti, rivestiti, di altri significati.

Facciamo un esempio.

Interpretare in italiano significa comprendere, tradurre, decifrare, rendere comprensibile per chiunque qualcosa di sconosciuto.

Si dice: interpretare un geroglifico, interpretare un sogno. L’interprete e colui che traduce da una lingua a un’altra lingua simultaneamente.

Per chi fa teatro interpretare vuol dire calarsi nella parte di un personaggio, assumendone la voce, i pensieri, i desideri.

Per questo, per evitare inutili confusioni, proviamo a partire dall’etimologia delle parole.

Teatro deriva direttamente dal greco antico, precisamente da “Thèatron”.

Thèatron è il termine che designa il luogo da cui si guarda. Nel Thèatron stavano gli spettatori; nel thèatron stava il pubblico, non gli attori!

Questa etimologia suggerisce quanto  importante sia il ruolo del pubblico.

Il pubblico è necessario, è fondamentale; senza pubblico non c’è teatro.

Quindi agli attori, alle attrici, ai registi è dato il gravoso compito di concepire performances adatte al pubblico.

Non sto dicendo che uno spettacolo debba essere concepito e realizzato per soddisfare i bassi appetiti degli spettatori .

O che debba  essere progettato per riscuotere facili apprezzamenti.

Credo che quando si allestisce uno spettacolo si debba pensare al pubblico al quale ci si rivolge; credo sia molto utile scoprire perché ci si vuole rivolgere ad un pubblico, perché proprio a quello?

Lo spettacolo, il senso di fare uno spettacolo, non può esaurirsi e risolversi nel compiacimento per una perfetta esecuzione.

Non è, sebbene molti esempi dimostrino il contrario, territorio di esclusiva pertinenza, di esclusiva proprietà dell’esibizionismo.

Nella nostra esperienza lo spettacolo è il momento in cui  si realizza l’incontro tra due gruppi di uomini  e di donne: gli attori e gli spettatori.

Il teatro è il mezzo, il tramite, lo strumento, il pretesto occasionale per riscoprire e riaffermare tangibilmente la propria appartenenza ad una comunità.

Mi permetto, di nuovo, un’incursione nella Grecia antica.

Tragedie, drammi satireschi, commedie sempre svolgevano le azioni delle vicende e dei personaggi all’esterno del palazzo reale o di una casa.

Questo non per semplificare le soluzioni sceno – tecniche. Per questo i greci disponevano di sistemi estremamente complessi, elaborati, sofisticati.

Le scene venivano agite all’esterno per sottolineare la dimensione pubblica e collettiva dell’evento teatrale, che non è un fatto privato, personale, ma cosa che riguarda la comunità intera!

Per questo motivo e non a caso il metodo prescelto, in questi anni di lavoro teatrale in psichiatria, è quello elaborato dal regista brasiliano Augusto Boal e conosciuto nel mondo con il nome di Teatro dell’Oppresso.

Il Teatro dell’Oppresso si caratterizza per la dimensione sociale e collettiva nell’affrontare temi di interesse comune e nell’estendere al pubblico la possibilità di agire sulla scena insieme con gli attori. La scena si configura come una vera e propria prova d’azione nel corso della quale la realtà viene conosciuta e analizzata; nel corso della quale si provano le possibili vie di trasformazione.

Non si vuole imporre un pensiero, non ci sono verità da sbandierare.

Si tenta, piuttosto, di ricercare,  attraverso il dialogo, un orizzonte di valori condiviso, un orizzonte culturale, con l’intento di superarne le contraddizioni.

Il dialogo è una qualità intrinseca e specifica di questo lavoro, non riguarda solo l’incontro con il pubblico.

Durante il percorso di un laboratorio teatrale in ambito psichiatrico si discutono i temi, gli obiettivi, le modalità e i tempi per incontrare il pubblico tessendo una fitta trama di reciprocità.

L’esperto teatrale non viene per imporre il proprio stile, la propria visione di un tema, la propria cifra artistica.

Si confronta con operatori, medici, volontari, utenti. Insieme si decidono gli obiettivi e i relativi strumenti.

Il percorso si delinea cammin facendo riempiendosi dei contenuti, delle intuizioni, dei pensieri, dei sentimenti di tutti e di tutte coloro che appartengono al gruppo.

Un gruppo aperto nel quale in ogni momento si può entrare, da quale in ogni momento si può uscire per poi rientrare.

Questo elemento è visto con sospetto dai colleghi teatranti  che esportano in spazi non teatrali ( non solo la psichiatria, ma anche il carcere, la scuola…..) il rigore e i meccanismi tipici della ricerca e della produzione teatrale.

Dove la disciplina, il rispetto degli orari e delle consegne ( imparare a memoria  un testo), la presenza di un gruppo ristretto, costante e selezionato sono condizioni sine qua non per realizzare un progetto.

Personalmente, ritengo che quando si è ospiti di un territorio diverso da quello teatrale ci debbano essere, da parte nostra, la curiosità e la disponibilità a conoscere quel territorio.

Conoscerne i tempi, i linguaggi, i meccanismi così da poter rendere il più possibile utili e gradevoli la nostra presenza e il nostro intervento.

Il teatro è una tessera, una sola, di un mosaico ampissimo di cui chi, come me, proviene dall’esterno non può avere una visione completa.

Ci sono – per restare in ambito psichiatrico – altre tessere: quelle delle altre attività riabilitative, delle relazioni tra pazienti, medici, infermieri, educatori, operatori, delle relazioni tra servizio e famiglie, tra servizio e territorio ( associazioni, cooperative, cittadini ).

È un meccanismo molto complesso e molto delicato di cui bisogna tener conto.

Per questo credo che nell’evitare di imporre il nostro sistema operativo, noi che facciamo teatro fuori dai teatri, abbiamo l’occasione, ponendoci in dialogo con altri linguaggi e altri territori, di arricchire i nostri metodi.

Dal punto di vista della grammatica e del lessico propri del teatro si possono rinvenire, in molti dei nostri spettacoli, imprecisioni ed errori.

Ma per fortuna il teatro è una lingua viva: la sua grammatica e il suo lessico, la sua sintassi e le sue figure retoriche, sanno trasformarsi, sono capaci di farsi strumento d’espressione adatto a forme e a contenuti  nuovi e differenti.

E poi sbagliare tante volte, nel nostro laboratorio lo diciamo spesso, è un modo per scoprire.

Se al lavoro teatrale accostassimo la metafora del viaggio potremmo dire che quando si viaggia, si viaggia per perdersi.

Nelle Mille e una notte e ne l’Odissea i protagonisti navigano per naufragare, per giungere là dove non si sapeva di dover giungere, perché solo chi si discosta dalla strada indicata perviene dove è suo destino pervenire.

Errare è quindi una qualità, un’attitudine, un’agire che conferisce all’individuo la condizione di essere umano.

Errare permette di sperimentare, percorrendola, la soglia tra ciò che è e ciò che potrebbe essere; tra il mondo così com’è e il mondo che vorremmo.

In questo passaggio risiede l’opportunità di riscoprire, di ritrovare, di recuperare la propria condizione di cittadino che vive e agisce autorevolmente nella propria comunità.

Il teatro può essere, quindi, un valido strumento di collegamento tra margini, periferie e centro.

Il teatro è, nella nostra esperienza, un costante esercizio di cittadinanza rivolto, particolarmente, a coloro che si trovano ai margini e hanno poca, o nulla, voce in capitolo.

Il teatro è il terreno della sperimentazione del benessere sociale: può voler dire scoprire cosa si può fare per stare bene con se stessi, con gli altri, con le istituzioni.

 

Massimiliano Filoni, Pistoia, 1971. Attore e regista di Giolli Coop utilizza il teatro in psichiatria  con continuità dal 1997. Ha condotto e conduce attività teatrali in diversi Centri di Salute Mentale

( Suzzara 1997- 2006); Mantova ( 1998 – 2000); a Parma dal 1999 e a Fidenza dal 2003.

Attualmente sta sperimentando una ricerca incentrato sul concetto e sulla pratica di operazione culturale utilizzando la tecnica del Teatro – Giornale.

 

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