Scapèn (di M.Filoni) PDF Print E-mail
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SCAPÈN

di  e  con

VANJA BUZZINI

MASSIMILIANO FILONI

 

 

 

 

 

Dici “scapèn” e intendi calzino, o meglio la parte bassa del calzino, quella che sta sotto. Quella che si consuma più facilmente e che bisogna rammendare.

Un tempo, fino a tutti gli anni ’50 del secolo scorso, era prassi consolidata quella del rammendo.

Non era semplicemente un fatto di miseria, di povertà. Era una visione del mondo, una filosofia di vita.

Rammendare significava tenere insieme i fili, delicati e profondi, delle relazioni umane; significava creare e rinsaldare legami.

In Italia la società contadina stava

per cedere il passo, in epoca di boom economico, alla società industrializzata e consumistica.

 

Le campagne si svuotano, le città si affollano ma in questa folla chiassosa di uomini e di donne che premono per avere un proprio posto al sole, si frantumano le relazioni, si disperdono saperi e culture tradizionali che rapidamente spariscono.

Raccontare le vicende di un piccolo comune emiliano ( Montechiarugolo) è un modo per riprendere quei fili e cercare di riannodarli; per recuperare una qualità nobile della memoria, utile ed indispensabile per creare dialogo tra generazioni diverse.

Sono da allora trascorsi appena sessant’anni eppure sembrano secoli, tanto si sono trasformati gli stili e ritmi della vita.

Si è trasformata la concezione di tempo, non più legata ai cicli naturali e nemmeno alla linea, effimera ma riconoscibile, del progresso, sentiero, che per quanto misterioso, prometteva di condurre ad una meta.

Oggi il tempo, per dirla con Bauman, possiede la qualità inafferrabile e non conoscibile dei puntini, universi individuali, frammentati, scollegati, persi all’interno di dinamiche sociali ed economiche imprevedibili ed ingovernabili.

Scapèn” attraverso il racconto ed il coinvolgimento del pubblico vuole offrire l’occasione per riscoprire e riannodare quei fili che rappresentano le relazioni umane e sociali di cui , in questa nostra epoca, soffriamo il dissolvimento.

Il progetto nato in collaborazione con il comune di Montechiarugolo ha avuto un primo momento pubblico lo scorso 2Giugno e si inserisce nelle manifestazioni che celebrano il 150° dell’unità d’Italia.

L’idea è proprio quella, dice Filoni, “di far rivivere i luoghi e i personaggi che hanno data vita alla piccola grande storia della vita quotidiana dandole dignità attraverso il racconto e l’ascolto. Non ci sono intenzioni celebrative né, tanto meno, sentimenti nostalgici; piuttosto l’obiettivo è creare legami, relazioni tra generazioni differenti e coltivare la memoria”.

“Abbiamo, per alcuni mesi – prosegue la Buzzini, fatto interviste, incontrato uomini e donne che rispolverando ricordi ci hanno offerto la possibilità di incontrare un mondo apparentemente lontano, ma che in fondo è il mondo da cui proveniamo: il mondo dei nostri genitori, dei nostri nonni. Un mondo ricco di storia e di storie che vorremmo non venisse dimenticato”.

Da qui i due autori hanno pensato non uno spettacolo ma un laboratorio aperto, perché la narrazione non è un fatto individuale ma collettivo; narrare significa cucire, intrecciare tra loro tanti fili diversi, “perché la storia, nonostante la grammatica indichi il contrario – riprende Filoni – è sempre plurale”.

La Buzzini, spiega, che i racconti ricevuti, anche dopo la performance, saranno ripresi, rielaborati e inseriti nella prossima azione pubblica prevista per Settembre. “Adesso il lavoro di cucitura riprende”.

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