Mitos - Festival di Teatro Sociale PDF Print E-mail
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Giolli al festival di Teatro Sociale

 

Torna il TdO a Lucca; nell’ambito di Mitos, Giolli Coop. presenterà uno spettacolo e offrirà un laboratorio base di tre giornate sul Teatro dell’Oppresso.
 
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Dal 25 Agosto e fino al 29 a Lucca, per il terzo anno consecutivo, si svolgerà il festival di Teatro Sociale; un’iniziativa che si sta affermando e che è ormai un appuntamento importante.
Negli anni precedenti abbiamo partecipato offrendo uno stage breve ed introduttivo sul TdO, uno stage lungo sul Teatro – Giornale e conducendo la tavola rotonda che ha concluso l’edizione dello scorso anno.
Questa volta ci sarà anche uno spettacolo: Nella Pietra Sta il Canto, ideato, scritto e interpretato da Vanja Buzzini e Massimiliano Filoni, i quali condurranno anche il seminario di tre giorni sul TdO. 
Abbiamo rivolto loro alcune domande.
 
Domanda: - La terza volta a Mitos. Perché partecipare ad un Festival?

 

 


Buzzini: - Un festival è l’occasione per incrociare esperienze diverse. Un festival è l’occasione per rendere visibili queste esperienze e per rendere visibile il teatro sociale nel nostro paese. In Italia, infatti, il teatro sociale sebbene molto praticato, è poco conosciuto. Fare teatro sociale significa lavorare fuori dai teatri. Nelle carceri, in psichiatria, dove si lavora con persone, con esseri umani  sulle cose della vita quotidiana. Appuntamenti come questo è importante che siano conosciuti; sarebbe importante che anche cittadini comuni possano conoscere queste esperienze, non solo gli esperti. Un modo per aprire una finestra e guardare un parte di mondo che altrimenti è sconosciuto, sommerso.
 
Filoni: - Per prima cosa perché è piacevole. Si incontrano persone interessanti, si confronta il lavoro con quello degli altri. Si conoscono esperienze nuove e differenti. Ci si mette in gioco e si discute il senso del fare questo mestiere con colleghi che vivono in altri contesti ma che, in parte, si trovano ad affrontare problemi simili. Credo che occasioni come questa permettano di alleviare il senso di solitudine che spesso ci accompagna.
È un mestiere difficile il nostro che si gioca sul confine tra teatro, pedagogia, psicologia e politica.
 
Domanda: - Perché fare Teatro Sociale?
 
Filoni: - … e non magari un teatro più classico? Chi ce lo fa fare di sbatterci a cercare finanziamenti e occasioni di intervento per lavorare con disabili, detenuti, tossicodipendenti, utenti psichiatrici o adolescenti? Personalmente rivendico una scelta di campo. Fare teatro sociale significa non inseguire l’arte per l’arte, ma praticare l’arte per condividerla con altre persone. Significa accettare le sfide del nostro tempo, significa accettare la diversità e l’alterità; significa continuare a porsi domande, continuare ad essere curiosi del mondo, significa esercitare pienamente il proprio ruolo di cittadino che guarda la realtà, cerca di capirla e immagina di trasformarla, di migliorarla. Il teatro sociale è, per ridurci ad una formula, un esercizio di cittadinanza.
 
Buzzini: - Perché il teatro è uno strumento, socializzarlo vuol dire farlo diventare uno strumento alla portata di tutti ed in determinate situazioni può essere rivoluzionario. Un esempio: all’interno di un centro di salute mentale: usare il Teatro come strumento culturale significa riportare al centro della scena coloro che sono stati posti ai margini, istituzionalmente. Dare voce ai pensieri, alle parole, ai sogni di coloro che sono stati esclusi, o si sono volontariamente allontanati dalla società, vuol dire restituire loro la dignità e forse, anche se non sempre è così, offrire loro una nuova speranza di vita.
 
Domanda: -  Il laboratorio base sul Teatro dell’Oppresso in che consisterà?
 
Filoni: - Si tratta di esplorare attivamente, provandole, le tecniche base del metodo di Augusto Boal. Si affronteranno le tecniche principali: giochi – esercizi, Teatro – Immagine, Teatro – Forum.
Alle parti attive si alterneranno momenti in cui si verbalizzerà l’esperienza, si cercherà di contestualizzarla in situazioni differenti (cosa significa fare TdO in psichiatria o a scuola per fare un esempio) e si proporrà un orizzonte teorico.
I partecipanti saranno, come nostra abitudine, liberi di scegliere se fare o non fare le attività proposte; senza dovere spiegazioni o giustificazioni. Il teatro è uno spazio di libertà e allora questa libertà prendiamocela.
 
Domanda: - Ci sarà la musica, eseguita dal vivo, quale il motivo che vi ha indotto ad inserire questo aspetto nei laboratori?
 
Buzzini: - La musica passa un’energia molto forte, a maggior ragione dal vivo. La musica e il canto non solo accompagnano le attività ma rendono più completo il lavoro. La musica predispone al lavoro, allenta le tensioni, pulisce e apre i canali creativi. Aiuta, al di là delle parole, a predisporci a linguaggi diversi. È un dono che abbiamo ricevuto dalla notte dei tempi, è un lingua che appartiene all’essere umano e che permette la comunicazione a prescindere da ogni barriera, culturale, sociale, linguistica, geografica.
Lo stesso Augusto Boal l’ha usata molto. Basti pensare agli spettacoli degli anni ’60 arricchiti dalle musiche di Gilberto Gil, Caetano Veloso, Chico Buarque de Hollanda.
 
Domanda: - Nella Pietra Sta Il Canto, uno spettacolo impegnativo e  particolare.
 
Filoni: - Particolare perché è uno spettacolo in cui la partecipazione del pubblico
avviene in maniera diversa dal solito. Non è un Teatro – Forum classico, si
mescolano le tecniche del Forum con quelle del Teatro – Immagine e del Talk –
Show. Ma soprattutto è impegnativo dal momento che la narrazione affronta temi
complessi e delicati: il conflitto tra mondo maschile e mondo femminile, tra
giovani e vecchi, tra sicurezza e libertà, tra legge e giustizia che purtroppo tante volte non
coincidono.
 
Buzzini: - Impegnativo perché apre domande universali: perché da sempre ci sono le guerre? Perché da sempre l’uomo cerca di combattere e di sopraffare l’uomo? Particolare perché non si risolve all’interno della sua durata. Suscita pensieri ed emozioni che si muovono, che viaggiano, contribuendo a trasformarlo. È uno spettacolo che non appartiene a me e a Massimiliano ma a tutti coloro che lo incontrano e che, partecipando, contribuiscono a trasformarlo.
Le pietre vivono su questo pianeta da milioni di anni.
Mi piace immaginare che siano le custodi della memoria.

 

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