La sicurezza e il bene comune.

 

Giuseppe Mosconi. Univ. di Padova

 

 

1. La sicurezza desicurizzata: nuove tendenze

Da alcuni anni il quadro politico istituzionale in cui si colloca la pubblicazione dei nostri rapporti ci ha costretto a denunciare il forte legame tra l’aggravarsi e il deteriorarsi della situazione nelle carceri e le politiche governative incentrate sulla costruzione enfatizzata di un crescente allarme sociale e di impellenti bisogni di sicurezza, che solo un indurimento della repressione del controllo penale e amministrativo sarebbero in grado di rassicurare. Certamente siamo ancora nel pieno di una situazione caratterizzata dagli effetti perversi di tale nesso; né possiamo dire che sia registrabile une chiara inversione di tendenza, né dal punto di vista delle scelte e degli orientamenti legislativi e delle prevalenti retoriche comunicative, né, conseguentemente, nella situazione che caratterizza tuttora le carceri italiane. E tuttavia, per la prima volta dopo l’indulto del 2006 possiamo notare alcuni segnali, se non addirittura alcuni cambiamenti, tali da delineare i termini di una nuova fase.

Due elementi appaiono porsi al centro di questa nuova situazione: da un lato lo smantellamento, per via istituzionale, di alcuni elementi cardine della legislazione introdotta con i recenti “pacchetti sicurezza” dall’altro il prevalere nell’elettorato, sia con le recenti elezioni amministrative che con i referendum del 12 e 13 giugno, di tendenze non certo sintoniche con le richieste di rassicurazione da sempre attribuitegli e con le politiche sicuritarie di conseguenza somministrate.

Sotto il primo profilo, anche se la normativa introdotta dai recenti “pacchetti sicurezza”, data la sua complessità e consistenza, rimane sostanzialmente integra, sono state annullate alcune disposizioni-simbolo, che assumevano, in quel contesto, un valore di emblematica sintesi. Innanzitutto il sostanziale annullamento da parte delle SU della Corte di Cassazione del reato di immigrazione clandestina, introdotto dalla legge 94/2009, nonché la successiva dichiarazione di illegittimità, da parte della Corte Europea, del reato di mancato rispetto dell’ordine di espulsione, con conseguente condanna al carcere, introdotto dalla legge Bossi-Fini. In secondo luogo l’annullamento della disposizione contenuta nella legge 24/7/2008, n.125, che attribuiva ai sindaci poteri di ordinanza in tema di sicurezza ed ordine pubblico, così violando sia il principio di uguaglianza di cui all’art. 3 della Costituzione, che le garanzie in tema di limitazione della libertà, di cui agli artt. 23, 25 e 26 della Carta. Infine l’annullamento, da parte della stessa Corte, dell’aggravante di clandestinità per i reati commessi dagli immigrati irregolari, introdotta dalla legge 24/7/2008, n.125, per violazione degli artt. 3 e 25 della Costituzione. Se quelle misure fossero state così indispensabili e condivise agli occhi dell’opinione pubblica,come accampato dai loro promotori, la loro abrogazione, considerata la loro elevata valenza simbolica, avrebbe dovuto scatenare una diffusa reazione di dissenso, protesa alla loro reintroduzione. Invece i segnali riscontrabili vanno esattamente nella direzione contraria. Infatti il secondo dei due elementi succitati, l’esito delle elezioni amministrative e dei referendum del maggio-giugno scorsi, non esprime la minima preoccupazione per il venir meno delle suddette “rassicurazioni”; anzi esattamente il contrario.

Giuliano Pisapia, eletto sindaco a Milano, non è solo un giurista di chiara fama e noto esponente della sinistra “radicale”; è da sempre un garantista e un anti-emergenzialista; è stato, durante il precedente governo Prodi, il presidente di una commissione governativa impegnata nella formulazione di un progetto dei codici penali, ispirato alla minimizzazione delle pene, alla depenalizzazione di un’ampia serie di fattispecie, allo sviluppo delle misure alternative al carcere; così come non ha fatto mistero, durante la campagna elettorale, dei sui progetti in materia di sicurezza urbana, ispirati a criteri di solidarietà, di partecipazione, di inclusione sociale, di promozione sociale e territoriale. Le contromosse dei suoi avversari, protese a restaurare un diffuso clima di allarme sociale e a scatenare la visceralità xenofoba e sicuritaria dell’elettorato ( Milano “zingaropoli”, una moschea in ogni quartiere, Pisapia stesso ladro e filo terrorista), non hanno sortito il minimo effetto. Anzi sembrano essersi tradotte in un autentico boomerang mediatico.

Dall’esito delle elezioni milanesi risulta così una prima evidente conferma di come il riuscire ad elaborare e presentare risposte adeguate ai bisogni reali, ai problemi più evidenti ed impellenti di una grande città in crisi valga a decostruire l’artificialità di paure strumentalmente indotte per copertura e conservazione di interessi prevalenti e privilegi radicati. Milano come un laboratorio sociale, a cielo aperto, da cui emerge la possibilità di decostruire rappresentazioni artificiali e strumentali dei bisogni di sicurezza attraverso l’emersione di bisogni reali, socialmente fondati e sostanzialmente condivisi. Qualcosa di simile, se pure in termini diversi, è successo a Napoli, dove l’affermarsi di un sindaco estraneo, a sinistra, ad ogni schieramento istituzionale, è il segno di un profondo bisogno di cambiamento nella elaborazione di risposte adeguate ai problemi più impellenti della città ( in primis quello dello smaltimento dei rifiuti), al di fuori di ogni retorica populista e di ogni alchimia politicista, entrambe segnate da ampie sfere di compromesso con la criminalità organizzata.

 

2. la sicurezza dei bisogni reali.

Sulla stessa lunghezza d’onda dell’emergere della forza dei bisogni reali rispetta a quelli artificialmente indotti, appare collocarsi. ad una lettura accorta, l’esito referendario del 12 e 13 giugno, Non solo perché la richiesta di tutela pubblica di un bene comune come l’acqua sconfessa il piano di comunicazione di una compagine governativa, che da sempre ha agitato altre emergenze ( criminalità, immigrazione clandestina, terrorismo islamico, ecc…) così da coprire scelte speculative e profondamente antipopolari (speculazione finanziaria. privatizzazioni, precarizzazione del lavoro, tagli al welfare, evasione fiscale, investimenti clientelari in grandi opere, devastazione ambientale, etc…); ma anche perché, nello specifico della normativa penale, il rigetto dell’esimente del legittimo impedimento sconfessa profondamente un’idea di riforma della giustizia tutta fondata sull’indurimento delle sanzioni per i reati tipici della marginalità e sulla sostanziale impunità della criminalità dei potenti. Dunque anche qui si snoda lo stesso filo rosso che connette l’emergere di una richiesta di giustizia sostanziale di contro alle rappresentazioni che pretenderebbero di introdurre la priorità di altri bisogni strumentalmente indotti all’insegna dell’emergenza, come naturale complemento di un altro senso comune che assume l’immunità giudiziaria delle posizioni di potere.

Questo nesso tra lo smantellamento di alcuni provvedimenti simbolo della legislazione sicuritaria e l’emergere di alcuni bisogni fondamentali si delinea in un contesto in cui si riproducono e si diffondono numerose lotte sociali e manifestazioni di dissenso volte ad affermare bisogni reali e sostanziali disattesi o minacciati dal governo neoliberista tuttora al potere. Non solo il lungo periodo di opposizione al progetto di controriforma universitaria del decreto Gelmini, ma la resistenza operaia e in parte sindacale al diktat padronale a Pomigliano e a Mirafiori, i movimenti contro i megaprogetti con devastante impatto ambientale ( contro il ponte di Messina, l’alta velocità in val di Susa, gli inceneritori e le discariche nel napoletano, la centrale a carbone di Porto Tolle, a suo tempo il Mose, nella laguna veneta). Due situazioni appaiono particolarmente emblematiche in questo quadro. Gli abitanti di Lampedusa, sottoposti ad un innalzamento di pressione migratoria in seguito al conflitto libico e ai movimenti nordafricani, non si mobilitano contro l’immigrazione, ma contro il quadro istituzionale nazionale ed europeo, in quanto tende a scaricare su di loro un problema globale. Ma soprattutto, evento poco noto e poco pubblicizzato, il progetto di installare alcuni radar in funzione anti-immigrazione clandestina in quattro località della costa occidentale sarda ( tra cui Tresnuraghes e Capo Pecora), lungi dal riscontrare la solidarietà della popolazione, scatena la mobilitazione di diversi comitati per contrastare i danni ambientali e la devastazione paesaggistica che deriverebbero dalla realizzazione degli impianti.

Tutto ciò appare porsi in linea con le distonie e le contraddizioni che da molto tempo vengono poste in luce dalla ricerca sulla reazione alla criminalità, sui sentimenti di insicurezza e gli orientamenti punitivi. Ma appare ancora più coerente con le tendenze alla diminuzione dell’allarme per la criminalità, alla prevalenza di insicurezze e paure riferite alla situazione economica, politica e alle emergenze ambientali, alla diminuzione dell’ostilità verso gli immigrati, regolari o meno, poste in luce dalle ricerche più recenti, anche e soprattutto su scala nazionale.

In questo quadro la strage di Oslo, ad opera di un militante dell’estrema destra, quando inizialmente era stata attribuita al terrorismo islamico, assume un valore assolutamente emblematico; non solo perché l’efferata violenza agita non è opera del classico nemico quaedista, che dall’11 settembre in poi ha agitato gli incubi delle società occidentali e motivato una catena di guerre e di normative fortemente restrittive, di segno xenofobo e sicuritario, ma dei suoi oppositori, dei paladini della sicurezza agita e tutelata con metodi repressivi e intolleranti contro le minoranze e la marginalità. Ma anche perché essa scatena una forte mobilitazione, con centinaia di migliaia di cittadini nella capitale norvegese, scesi in piazza contro la cultura e le politiche islamofobe e a sostegno delle politiche di accoglienza a di solidarietà in tema di immigrazione.

D’altra parte i movimenti di questi mesi nei paesi arabi, espressione di una cultura laica e di una decisa richiesta di democrazia sostanziale, sconfessano tanto lo stereotipo dell’islamico radicale con propensioni al terrorismo, quanto quello dell’immigrato irregolare, che cerca a titolo individuale la propria promozione economica, assumendo deliberatamente,da clandestino, pratiche delinquenziali

 

3. Le politiche governative.

Le reazioni della compagine governativa a al quadro ora delineato non segnano certo un’inversione di tendenza, e tuttavia denotano qualche elemento particolare, che vale la pena di rilevare. In particolare appaiono accentuarsi, nelle scelte o di fatto, quegli elementi di ambivalenza e paradossalità già presenti nella più recente normativa dei “pacchetti sicurezza” ( es ronde sì, ma disarmate e iper-regolamentate; reato di immigrazione clandestina, ma senza pena detentiva, v. G. Mosconi 2010). Così, da un lato appare evidente la volontà di reagire in modo duramente repressivo e di restaurare un senso comune attorno a più severe misure restrittive. Ne sono testimonianza le minacce e i tentativi di restaurare le disposizioni invalidate dalle pronunce giurisprudenziali di cui si è detto poco sopra, soprattutto da parte del ministro dell’interno, la dura risposta poliziale e militare al movimento anti TAV degli abitanti della Val di Susa; l’introduzione forzata della detenzione presso i CIE degli immigrati irregolari fino ai 18 mesi, con l’unico senso di una dissennata e irrazionale “coazione a ripetere”, contro ogni sensatezza giuridica e civile; così da rivelare, a mo di inconsapevole lapsus, il vuoto di consenso in cui la disposizione si muove, al di là dei dissensi espliciti, e il parossistico tentativo di recuperarlo, nonostante tutto. Dall’altro emergono segni di titubanza nel perseguire le retoriche esplicitamente repressive. Così è per il provvedimento che consente la detenzione domiciliare per i detenuti con residuo pena inferiore ad un anno, connesso al riconoscimento della gravità della situazione che si è venuta a creare in seguito al sovraffollamento della carceri: così l’introduzione recente del permesso di soggiorno “a punti”, pur espressione di una cultura biecamente xenofoba e della volontà di ostacolare la regolarizzazione degli immigrati, pur regolari, rendendola ancora più precaria e difficoltosa, viene ipocritamente accompagnata a livello istituzionale, da retoriche accattivanti di accoglienza e di sostegno all’integrazione; quasi a riconoscere il fatto che l’opinione pubblica è oggi più sensibile a questo linguaggio, che alle campagne esplicitamente xenofobe e sicuritarie.

D’altra parte l’enfasi profusa dal presidente del consiglio sul tema della giustizia sembra ripetersi nel modo più logoro e ritualizzato, dando il senso di un discorso inutile e scontato, non più in grado di esercitare la minima forza trainante, sospeso tra l’imbarazzo degli stessi membri dell’esecutivo, con particolare evidenza per la componente leghista, e l’innalzamento del livello dei conflitti, peraltro sempre più diffusi. Così è per i tentativi di allungamento della lista delle leggi ad personam, con l’inserimento, in finanziaria, di una disposizione tesa ad annullare i debiti giudizialmente riconosciuti a carico di Mediaset, ritirata in extremis, sotto la pressione di una possibile crisi di governo. Nella stessa logica e con le stesse finalità, l’introduzione del “processo lungo”, con l’intento di far maturare ad alcuni processi a carico del premier i limitati termini di prescrizione, in quanto a suo tempo contratti, accompagnandosi con una serie di misure restrittive a carico dei crimini più facilmente rappresentabili come più gravi, ripete stancamente e ossessivamente lo stesso modello della legge “Ex – Cirielli, ma senza nessun intenti di mobilitare consenso, come a suo tempo fu per quella legge, ma passando anzi “alla chetichella”, per non scatenare contrasti attorno ad una legge sostanzialmente impresentabile e in odore di incostituzionalità. Complessivamente le riforme della giustizia e della magistratura, a suo tempo sbandierate, come fondamentali e irrinunciabili, tanto da assumere carattere epocale, appaiono procedere forzatamente in un quadro di elevata incertezza, di isolamento anche a livello governativo e di scarsa convinzione: Soprattutto di assoluto disinteresse agli occhi di un’opinione preoccupata di ben altre problematiche, indotte dalla crisi economica, e sensibilizzata ad organizzarsi di conseguenza. Così che il tema giustizia, a fronte dell’emergenza economica e dell’infuocato dibattito su come uscire dalla crisi, rifluisce oggettivamente e strutturalmente, al di là delle intenzioni, su un piano di residualità marginalizzata, che attribuisce ad ogni discorso il senso di una patetica ripetitività, come si trattasse del suono di un disco rotto.

 

4. la questione carceraria.

La drammaticità della situazione carceraria che l’indurimento e la diversificazione repressiva prodotti dalla normativa sicuritaria dell’ultimo decennio hanno provocato è sotto gli occhi di tutti. Il riconoscerne i caratteri, la necessità di interventi adeguati, di elaborazione di nuove disposizioni e prospettive, sta divenendo senso comune, non solo a sinistra, oltre l’ambito della sinistra “radicale”, ma in modo trasversale, comportando a volte prese di posizione tendenzialmente bipartisan. Nessuno oggi può legittimamente disconoscere o minimizzare la gravità della situazione che si è venuta a determinare nelle carceri italiane, né può proseguire credibilmente sulla strada di avanzare proposte ulteriormente repressive, che non potrebbero che sortire l’effetto di un maggiore aggravamento. L’ampia solidarietà riscontrata al lungo digiuno di Marco Pannella per un provvedimento di amnistia; l’estesa partecipazione trasversale, anche se con una maggioranza di sinistra, alla giornata di sciopero della fame e della sete indetta per il 14 agosto, per chiedere al parlamento una convocazione straordinaria sull’emergenza carceri; le frequenti visite in carcere da parte di parlamentari e di consiglieri regionali di tutti gli schieramenti . Tutto ciò sta a dimostrare che il clima sta cambiando. Si direbbe che si siano oggettivamente esaurite le condizioni che sollecitavano un ricorso indiscriminato alla stretta repressiva, come priorità da perseguire a prescindere dagli esiti che ciò avrebbe comportato sulla realtà del carcere e sulle condizioni detentive, e che da ora in poi possa prendere spazio, in controtendenza, la prospettiva di una tendenza alla decarcerizzazione, almeno di dimensioni tali da decongestionare la situazione attuale e da prevenire nuove drammatizzazioni. Se la storia della legislazione penal-penitenziaria di questi ultimi decenni è stata sistematicamente segnata dall’alternarsi di fasi riformatrici e di fasi di controriforma in senso restrittivo, più o meno in rapida successione, si direbbe che ci siano oggi le condizioni perché inizi a delinearsi una nuova stagione di riforme che, se deve superare i limiti di precedenti, per quanto recenti esperienze, non può che incidere più a fondo sulle disposizioni normative che hanno prodotto, in questi anni, un massiccio e crescente processo di carcerizzazione.

In questo senso il documento contenente una serie di proposte per lo sfollamento delle carceri, elaborato da Antigone e da Ristretti e sottoscritto da un ampio cartello di associazioni di giuristi, operatori del diritto, sindacali e di volontariato in ambito carcerario, presentato a Roma in un convegno-conferenza stampa lo scorso 13 luglio, può rappresentare il segno di apertura di una nuova fase, auspicabilmente in grado di innescare un nuovo processo riformatore, anche se le variabili connesse alle dinamiche del quadro politico ed economico in corso di definizione non potranno che giocare un peso determinante in un senso o nell’altro.

 

5. La sicurezza dei beni comuni.

La crisi che attanaglia da almeno tre anni il sistema capitalistico globale, con una particolare accentuazione in questi ultimi mesi, dimostra, da un lato, il limite massimo dello sviluppo raggiungibile secondo il modello produttivo imperante, delineando una prospettiva in cui, lungi dal dischiudere livelli più elevati e diffusi di maggior benessere, si pone il problema di come ridurre e distribuire i costi e sanare, o limitare, le passività. Dall’altro espone ad un attacco appropriatore tutto ciò che ancora non è stato privatizzato, tentando di condurre fino in fondo la propria logica di sfruttamento intensivo di ogni risorsa disponibile. La questione ambientale, a questo punto, non è più solo una questione di compatibilità tra equilibrio ecologico e limiti possibili dello sviluppo, ma diviene la linea di difesa di una serie di beni che solo se restano pubblici e per quanto possibile integri possono soddisfare esigenze comuni, di grande rilevanza sociale. In questo senso la protezione e la tutela dei beni comuni acquisisce il senso di una resistenza ai possibili effetti più perniciosi della più recente fase dell’epopea neoliberista, e di una possibile apertura di nuove modalità di produzione e di soddisfazione dei fondamentali bisogni umani. L’aria, l’acqua, il clima, la terra, il territorio, il paesaggio, la bio diversità, le fonti energetiche rinnovabili diventano lo spazio di una irrinunciabile tutela, che si trasfonde non solo nella prospettiva di diverse modalità di produrre e consumare, ma, anche in relazione ad essa, investe gli spazi del sapere, della cultura, dell’arte, della comunicazione, della qualità delle relazioni umane. La categoria di bene comune diviene un riferimento forte, non solo come limite da segnare allo sviluppo, in quanto necessario oggetto di protezione, ma come spazio di apertura di nuove prospettive che consentano di superare le attuali strettoie del sistema. Va da sé che questa dimensione non può che investire anche la questione della sicurezza. Da diversi anni, da quando la questione sicuritaria è stata costruita come esigenza diffusa e crescente di un opinione pubblica presa dalla paura di attacchi fisici e patrimoniali ad opera di varia figure di “nemici pubblici”, si è posta l’alternativa tra accettare i termini della costruzione sociale prodotta dall’apparato politico-mediatico o far emergere i disagi e le ansie di fondo indotte dal nostro sistema di vivere, che stanno alla radice delle paure e delle insicurezze presenti nelle nostre società, strumentalizzate da quella costruzione. Più in generale si è pure posta la dimensione della scucitura tra le retoriche repressive e la composita e distonica sfera dei riferimenti motivazionali presenti nella cultura diffusa, su cui si regge l’apparente legittimazione della punitività e delle politiche sicuritarie Nel momento in cui i beni comuni da tutelare divengono un riferimento forte sia come oggetto di un’aggressione che causa insicurezza e disagio, sia come possibile prospettiva del cambiamento, anche la questione sicurezza può venire ridefinita in termini più specifici e catterizzati, sul piano culturale, come bene comune, in quanto aggregato di esigenze e di aspettative che solo se in grado di riscontrare risposte adeguate nella tutela dei beni naturali necessari, può trovare adeguata soddisfazione. La tutela dei beni comuni diviene perciò possibile elemento di rassicurazione, trasfondendosi essa stessa in dimensione di sicurezza condivisa. Ciò può rivestire sul terreno che più direttamente ci interessa, di contrasto alle politiche repressive di controllo e di difesa di chi è sottoposto a misure limitative della libertà, una duplice valenza: far emergere i pericoli più preoccupanti della società di oggi, che costituiscono un urgente e serissimo problema per la sopravvivenza umana e la qualità della vita, così da sdrammatizzare il pericolo criminalità come principale fattore di produzione di insicurezza ; delineare una prospettiva in cui la mobilitazione per la protezione dei beni comuni, come precondizione indispensabile e indilazionabile di un nuovo modello di produrre e di vivere, ridefinisca l’ordine delle priorità, le sfere motivazionali e le modalità di relazione tra gli esseri umani, così da assegnare agli strumenti repressivi di cui si è nutrito in questi anni il ricorso irrefrenabile, quasi maniacale, alla cancerizzazione, un ruolo decisamente residuale, auspicabilmente in via di estinzione. I segnali per quanto deboli e in ordine sparso, che stiamo cercando di cogliere, potrebbero essere di buon auspicio.