dopo Mitos

A PROPOSITO DI MITOS:  IMPRESSIONI DAL FESTIVAL DI TEATRO SOCIALE.

Di Massimiliano Filoni

 

E sono tre! Tre anni di Mitos, il meeting nazionale di teatro sociale, che i ragazzi di EmpaTheatre organizzano a Lucca. Giolli ha partecipato in forme diverse a tutte le edizioni.

Quest’anno abbiamo, Vanja Buzzini ed io, presentato uno spettacolo, “Nella Pietra Sta il Canto”, e condotto un laboratorio di tre giorni sul metodo TdO, affiancati da un amico, Antonio Mura.

Chiara Laurini ha, invece, ideato e proposto un corso su “Teatro – Immagine e costruzione di Caleidoscopi”, connubio interessante tra attività corporea e attività manuale incentrata sulla molteplicità delle visioni, dei punti di vista, delle possibili interpretazioni del reale che mutano, inevitabilmente, col mutare della prospettiva da cui si guarda.

Ci sono stati laboratori di Playback Theatre condotti da Luciano Mocci, Luigi Dotti, Roberto Guidi e poi quello sulla Dramma Terapia curato da Salvo Pitruzzella, quello sulla gestione di un laboratorio e sulla conduzione dei gruppi di Elisa Lupo e Elisa Sarchi e quello sul Teatro Sociale come Teatro d’insieme tenuto da Laerte Neri e Alessandro Bianchi.

Spettacoli, ogni sera uno diverso, per raccontare temi, storie e per presentare metodi e stili di lavoro differenti.

 

Abbiamo cominciato tutti insieme, Mercoledì 25 Agosto, nel chiostro di san Micheletto. Docenti, attori, attrici, partecipanti riuniti in cerchio per conoscersi giocando. Un festival di teatro sociale che inizia con giochi teatrali sembra scontato ma non sempre è così. Tante volte, infatti, festival, convegni, rassegne, incontri nazionali ed internazionali sono solamente il pretesto per esibire il proprio lavoro e per testimoniare, quasi anagraficamente, la propria esistenza in vita.

Troppo spesso quella che manca è proprio la voglia di mettersi in gioco. La capacità cioè di accogliere critiche, idee, pareri e suggestioni in grado di introdurre dubbi e novità all’interno della propria traiettoria professionale.

A Lucca, nei giorni di Mitos, abbiamo potuto respirare una piacevolissima atmosfera di gioco.

Si, gioco! Perché, di fatto abbiamo giocato, divertendoci a conoscere persone nuove e possibilità differenti di fare questo lavoro; perché ci siamo messi in gioco e ci siamo confrontati in modo serrato e costruttivo scambiandoci visioni, consigli, critiche, opinioni, suggestioni, domande, dubbi ( tanti dubbi e tante domande) su cosa significhi fare teatro e su quante e quali strade il teatro possa intraprendere ogni volta che si offre come strumento di azione sociale.

Che vuol dire fare teatro in un centro di salute mentale? O con dei disabili? In una comunità terapeutica? Qual è, quali sono, in ambiti simili le ragioni che ci spingono ad allestire o a presentare uno spettacolo? Dove risiedono e in che cosa consistono le qualità specifiche che rendono il teatro sociale altra cosa rispetto al teatro più tradizionale?

Tante immagini restano impresse, tante parole ancora risuonano. L’immagine, in un momento conclusivo di festa e di musica, del nostro amico Antonio che, sebbene le casse suonassero disco – music anni ’80, con impareggiabile maestria guidava un gruppo enorme di persone con i passi e i ritmi latini della salsa.

E le parole di Alessandro: << l’attore, in fondo è una porta. Il pubblico può scegliere. Può aprirla, scoprire cosa c’è oltre quella porta. Può semplicemente guardarla e immaginare. Può chiuderla>>.

Teniamo la suggestione, con tutto quello che porta con sé: cosa significa, per coloro che praticano il teatro fuori dai teatri, pensare che l’attore sia una porta?

Grazie alle tante persone incontrate e che tutte siano accompagnate nel loro viaggio dal canto che ha segnato i giorni del festival : O Lalande!!!!