Una stagione intensa (intervista su TdO e psichiatria a Filoni)

 

 

 


UNA STAGIONE INTENSA

Abbiamo incontrato Massimiliano Filoni per fare il punto sulle attività e sui progetto che ha condotto tra il 2010 e il 2011.

 

 

 

Domanda: È stata una stagione, quella 2010 – 2011, ricca e impegnativa………

 

Risposta: Impegnativa è la parola giusta. Impegnativa per il numero dei progetti e per la loro diversità. Certe volte è davvero faticoso tenere insieme tutto e allo stesso tempo non fare confusione. È difficile mettere insieme le energie per seguire e sviluppare progetti differenti. Si va dalla scuola di formazione base sul Teatro del Oppresso che conduco insieme a Roberto Mazzini, alle performance teatrali, ai laboratori nelle scuole a quelli in psichiatria.

 

D. : Partiamo da qui. Da parecchi anni Giolli collabora con vari Centri di Salute Mentale (CSM) della provincia di Parma, ce ne parli?

R. : Dal 2003 lavoriamo a Fidenza, dal 2006 in un Centro Diurno e Residenziale a Parma. Mentre lo scorso anno abbiamo riattivato il laboratorio con il distretto di Colorno dove avevamo lavorato tra il 1999 e il 2007.

Si tratta di contesti e di progetti molto diversi. A Fidenza lavoriamo con un gruppo integrato composto da volontari , da operatori del CSM e del Servizio Sociale e da persone seguiti da questi due servizi.

Il gruppo di partecipanti al laboratorio di Teatro ha fondato un ‘associazione ( “ Fuori dei Teatro” ndr) che opera sul territorio. Molte delle attività che facciamo sono finalizzate ad inserirsi in altre iniziative che puntano ad ottenere inclusione sociale. Il laboratorio teatrale, in questo senso, offre strumenti molto validi. Il teatro è, nello stesso tempo, comunicazione sociale ed espressione di sé; permette di portare lo sguardo dal proprio piccolo particolare alla cornice più ampia che lo contiene.

Permette, infine, di realizzare un incontro tra esseri umani che si raccontano e si incontrano poeticamente.

 

Diverso il discorso per il Centro diurno e residenziale di Parma. Qui, dopo un paio di progetti tipicamente teatrali, abbiano sentito l’esigenza di realizzare un progetto che coinvolgesse quante più persone possibile. L’idea di fondo, su cui abbiamo iniziato al lavorare nel 2009, è quella di intervenire sulle cose della vita di tutti i giorni, sul quotidiano.

Il fatto che il termine quotidiano indichi, nella nostra lingua, il giornale che si trova in edicola ogni mattina ha offerto l’occasione per creare settimanalmente un giornale murale chiamato “Il Nostro Messaggio”. Abbiamo scritto di molti argomenti: solitudine e solidarietà; emarginazione e speranza; debolezza e forza.

Abbiamo discusso sulle qualità della nostra società, sugli scenari che si possono ipotizzare per il futuro. La grande mole di materiale raccolta è stata selezionata e adattata al teatro; i partecipanti sono stati così gli autori e le autrici di un testo che attori veri, venuti da fuori, hanno messo in scena.

In questo momento stiamo lavorando ad un nuovo spettacolo, questa volta di Teatro – Giornale. Per un intero anno abbiamo letto, commentatati, confrontato, approfondito tanto di interesse generale che locale.

Il quadro sul mondo dell’informazione che emerge da questa ricerca è sconfortante. Siamo sovrastati da una quantità “non – digeribile”, “ non –metabolizzabile” di notizie che i media ci rovesciano addosso a ritmo frenetico e senza darci il tempo di capire. L’idea è di rappresentare questa confusione alternando parti scritte su alcuni temi specifici alle più consolidate tecniche di Teatro – Giornale: lettura semplice; lettura completata; lettura incrociata; lettura ritmata o con azione parallela o con improvvisazione.

Insomma, anche questa volta, gli ospiti del Centro, partecipando al laboratorio, si sono resi protagonisti di una vera e propria operazione culturale.

La stessa cosa la stiamo facendo a Colorno con un progetto denominato “Essere Cultura”.

D. : “Essere Cultura”, perché?

R. : “Essere” poiché ciascuno di noi è nel momento stesso in cui esiste; “Cultura” perché si esiste si è, all’interno o al di fuori, di una fitta rete sociale che produce codici, istituzioni, linguaggi, simboli. “Essere Cultura” significa riscoprire di appartenere ad una comunità e di esprimere, attraverso il proprio corpo, i propri pensieri, le proprie azioni, l’adeguamento, il rifiuto, il superamento dei valori di riferimento della propria società.

D. : Chi sono i partecipanti?

R. : Gli uomini e le donne ospiti di una struttura psichiatrica residenziale.

 

D. : L’età media è più elevata rispetto ad altri contesti dove si fanno interventi?

R. : Si, ma questa è una cosa concreta. Nel nostro lavoro la realtà raramente è un problema, la realtà è il punto di partenza.

 

 

D. : In questi anni hai sperimentato, stai sperimentando, quella che chiami “Pedagogia dell’Errare”, che cosa significa concretamente? Ci fai qualche esempio?

R. : Errare, sbagliare. Siamo abituati, fin da molto piccoli, a pagare per gli errori. Gli errori sono qualcosa di inaccettabile, qualcosa che segnala una nostra inadeguatezza. Eppure la storia ci consegna in proposito un’ampia letteratura, molte straordinarie scoperte sono state la conseguenza di un errore. Pensa alla scoperta della penicillina. Ecco, credo che sbagliando si scopra. Inoltre l’errore è considerato una scoria da smaltire, un ostacolo da rimuovere perché si frappone tra noi e il nostro obiettivo. In realtà l’errore ci segnala scenari imprevedibili. Valorizzare l’errore, non per se stesso, ma per l’orizzonte nuovo che dischiude, automaticamente valorizza la persona, le cui idee, le cui azioni, fino ad un secondo prima deprecabili, divengono degne di nota, di interesse e contribuiscono al lavoro di tutti.

Errare significa vagare, viaggiare senza una meta o avendo smarrito la meta. E allora ogni approdo diventa scoperta, diventa esperienza.

Durante un laboratorio discutevamo, fiaccamente, di quale argomento interessarci e di come affrontarlo. Una signora, che non sembrava molto interessata, si è messa a cantare a piena voce una vecchia canzone. In quel momento, già così difficile, ci mancava anche questa! Ecco la scoria. La scoria nel mondo normale è qualcosa da rimuovere. Avrei dovuto rimproverarla e, se questo non fosse bastato, allontanarla. Ma il testo della canzone parlava di dove il mondo sta andando. L’argomento di lavoro, il tema da approfondire teatralmente era arrivato: dove va il mondo?

Lo scorso anno, durante un progetto di Teatro – Giornale, leggevamo articoli, discutevamo come drammatizzarli, interrotti costantemente da uno dei partecipanti, un ragazzo ventenne, che sottoponeva alla nostra attenzione quelle pagine dei quotidiani “ricche” di pubblicità erotiche. Anche in questo caso le regole tradizionali avrebbero imposto – nel caso migliore – di riprenderlo perché fuori tema. In quel caso l’errore è stato utilizzato chiedendo a tutto il gruppo cosa potesse collegare le notizie che stavamo analizzando a quel tipo di pubblicità.

Dopo le inevitabili battute, il gruppo ha notato come, molto spesso, avvenimenti politici, sociali, economici di grande rilievo e gravità vengano distorti ai nostri occhi indugiando su particolari scandalistici, sul gossip. Il lettore viene dirottato dalla vera notizia, dal vero problema, su aspetti pruriginosi che poco hanno a che vedere con la notizia.

La provocazione, la scoria, anziché essere problema si fa risorsa, perché fonte di scoperta.

Insomma, errare significa percorrere la soglia che separa il mondo così com’è dal mondo che potrebbe essere.

Tutto questo assume potenzialità enormi se si lavora nella scuola, con i giovani.

 

D. : La scuola. Quest’anno ci sono stati alcuni laboratori negli istituti superiori ispirati all’ Antigone di Sofocle e ai diritti delle donne. Sono argomenti che interessano questa fascia di età?

R. : In modo straordinario. Hanno coinvolto i maschi quanto le femmine. In fondo i diritti delle donne, quelli dei bambini, quelli degli stranieri, ci riguardano tutti. Se una società è costretta ad affermare con forza i diritti di qualcuno, tutto ciò segnala che quei diritti non sono sufficientemente garantiti ed esercitati. E questo ci coinvolge tutti. Il laboratorio su “le piccole Antigoni della vita quotidiana” ci ha permesso di affrontare, con improvvisazioni, Teatro – Immagine, Forum Lampo, anche i temi dei conflitti tra maschile e femminile, tra legge e giustizia; sempre cercando di mettersi nei panni dell’altro per scoprirne le ragioni.

E, a proposito di maschile e femminile, è stato interessante raccogliere le opinioni di giovani donne e di giovani uomini su come e su quanto i media influenzino la formazione di una propria identità di genere.

 

D. : I laboratori ispirati ad Antigone sono tratti dall’esperienza di “Nella Pietra sta il Canto”, lo spettacolo dello scorso anno. Adesso due nuovi spettacoli “ Fondazioni” e “Scapèn”.

R. : “Fondazioni” e “ Scapen” non sono spettacoli! Sono laboratori allargati a un numero più vasto di partecipanti. Sono racconti, e un racconto per essere tale non può che essere collettivo. “Fondazioni” è il racconto sui perché e sull’origine della nostra Costituzione. La Costituzione Italiana è un essere vivente, palpitante, che ci dice di non abdicare, di non delegare ma di essere cittadini attivi, attenti, partecipi. Libertà vuol dire prendersi delle responsabilità.

Quando lo abbiamo pensato, poco più di un anno fa, eravamo scettici su l’interesse che il tema di questo laboratorio potesse suscitare.

 

D. : Poi………..

R. :…….. Poi è successo che la cronaca ci ha scavalcati, trovandoci pure un po’ sorpresi. I Partecipanti - e non pubblico, è un laboratorio! – partecipano, parlano, si mettono in gioco teatralmente. È meraviglioso!

 

D. : Mentre “Scapèn”?

R. : È un progetto nato in collaborazione con il comune di Montechiarugolo. L’idea è quella di raccontare, in occasione dei 150 anni dell’Unità italiana, le piccole storie di un piccolo paese della provincia italiana.

A parte un breve ex – cursus storico, ci siamo concentrati su cosa accadeva nelle frazioni del comune nell’immediato secondo dopo guerra. Raccontiamo, con i partecipanti, degli anni tra il ’49 e il ’55. Raccogliamo i ricordi di chi c’era e li connettiamo con le domande, con le curiosità di chi ancora non era nato. A sentire i più giovani, il mondo di poco più di sessanta anni fa sembra fantascienza. Tutto è cambiato rapidamente, ma ad una crescita del benessere materiale si è accompagnata una disgregazione sociale senza precedenti, spaventosa.

Un laboratorio teatrale può servire a tirare i fili che creano le relazioni, a tesserli tra loro, ad unirli. Scapèn, in dialetto, è la parte bassa del calzino, quella che si consuma più facilmente, che va rammendata. Negli anni ’50 si faceva scapèn, ma non era solo un fatto di miseria, era una filosofia di vita, un modo di stare al mondo.

 

D. : con te in questo progetto c’è Vanja Buzzini.

R. : Vanja con la sola presenza porta poesia. Qui, oltre a narrare e a condurre il laboratorio con me, crea incanto con la sua arpa, con il suo tamburo, con il suo canto.

 

D. : E adesso?

R. : Buona parte delle cose di cui abbiamo parlato sono ancora in corso. Per il resto, con Roberto Mazzini stiamo scrivendo un libro sul Teatro – Giornale. È cosa avvincente perché permette di organizzare e vedere nel suo insieme l’evoluzione di una traiettorie professionale che condividiamo, ormai, da venti anni. Assomiglia al lavoro del mosaicista. Hai tante tessere da rifinire e da collocare al proprio posto. Sono belle le tessere, ognuna è un ricordo. Ma quando alzi lo sguardo e vedi il mosaico intero l’emozione è grande. Anche se, più è grande il mosaico, più è difficile scegliere le tessere con le quali continuare a crearlo.

 

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